Civita di Bagnoregio

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Civita di Bagnoregio

Luogo ancora selvaggio e ricco di fascino, si distingue per la sua natura struggente, un’armonia di estese vallate di pietra vulcanica che creano un’atmosfera surreale e di inaspettata bellezza. La parola “Civita” risale al Medioevo, periodo che segnò la presenza di 600 abitanti.
Poi, i terremoti tra il 1700 e il 1800, hanno distrutto gran parte del luogo, tanto che dopo la seconda guerra mondiale il numero dei residenti ha raggiunto il suo minimo con 85 persone.

La “Città che muore”, così definita a causa dell’erosione e del lento franare della roccia di tufo su cui nacque il villaggio, si trova tra i laghi di Bolsena e di Corbara, vicino ad Orvieto, ma in provincia di Viterbo.
Le prime testimonianze della presenza dell’uomo nella zona risalgono ad età lontane, tanto che si ritiene essere stato uno dei luoghi di culto della Civiltà Etrusca. Secondo alcuni studi Civita di Bagnoregio era il luogo dove veniva conservato il Fuoco Sacro, che dato il posizionamento geografico dell’insediamento, era visibile da grande lontanza.

L’ascesa dell’impero romano ha comportato la completa, e ad oggi misteriosa scomparsa della civiltà etrusca che però ha lasciato a Civita l’enorme Ruota della fortuna, un perfetto esempio della conoscenza della popolazione etrusca nella gestione dei grandi flussi d’acqua come fiumi e laghi nella valle.

La storia

A Civita di Bagnoregio la cultura degli alberi d’ulivo ha radici antichissime. Gli ulivi sono infatti coltivati nella valle fin dai tempi degli Etruschi, che hanno approfittato del fertile terreno vulcanico, delle abbondanti sorgenti, nonché della presenza di sedimentazioni argillose che permettevano la creazione e cottura di orci utili allo stoccaggio del prezioso nettare. La possibilità di scavare delle grotte sotto terra permetteva inoltre di preservare a temperatura costante i prodotti agricoli sia durante i freddi inverni sia durante le stagioni calde. Dopo la seconda guerra mondiale molte delle coltivazioni furono abbandonate.

La tradizione rimane tutt’ora intatta e in questa zona la coltivazione delle olive è un vecchio mestiere sempre in vita grazie all’attività di molte famiglie che si occupano della propria piccole piantagioni.

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Tenuta

La storia della tenuta inizia circa 30 anni fa, quando Giulio Figarolo di Gropello acquistò un terreno con 50 alberi d’ulivo. La loro qualità, il Leccino, era ed è tuttora unica perché le olive di questo genere sono molto piccole e producono solo una piccola quantità di olio.
Si tratta di alberi molto robusti che sopravvivono da oltre mille anni agli inverni rigidi, spesso nevosi, e ad estati molto calde e secche.

Manipolazioni genetiche e incroci di diverse specie hanno portato ad una produzione di maggior successo negli anni 70 e 80. Incontrano particolare consenso le tipologie Frantoio e Moraiolo che producono frutti più grandi e in maggiore quantità. Per questa ragione nel passato recente la popolazione locale ha abbandonato la coltivazione della tipologia Leccino.

Nel 2000 Giulio Figarolo di Gropello insieme a Gianluca Pizzo (Oil Master) ha creato Carma Società Agricola che ha acquisito un’altra proprietà con 1600 piante, di cui quasi esclusivamente della tipologia Leccino.
Negli anni diventò chiaro che anche se la produzione era molto piccola (da 1 a 2 litri per albero), la qualità  era eccezionale per il bassissimo contenuto di acidità (0,16%) per Essenza di Carma e alla sua fragranza delicata.

La tenuta attualmente comprende il Podere di Ponga e di Carma che racchiudono complessivamente 10 ettari di terreno, quattro casali, un frantoio e sei asini. Inoltre la tenuta gestisce la tenuta di Corbara con circa 100 ettari di terreno Bio e supervisiona la produzione di Olive di Podernuovo a Palazzone.

 

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